Mary della valle e altre storie
Briciole



L'uomo sotto la pioggia




Sotto la pioggia, non ricordo più da quanto. Mi scende sul viso, invecchiato in pochi istanti, mi inzuppa la giacca, penetra la camicia, la maglia, fino a bagnarmi la pelle; mi lava dolcemente e si porta via la paura e i ricordi di quei pochi istanti che hanno cambiato la mia vita.
La strada, ormai, è deserta: la polizia, l'ambulanza, i pochi altri clienti della locanda, le cameriere terrorizzate, compresa la biondina che per tre mesi mi ha accompagnato nella stanza al primo piano; se ne sono andati via tutti, lasciandomi lì, solo, sotto la pioggia. Anche il traffico non ha ancora ripreso il suo corso e così me ne sto in mezzo alla strada, per bagnarmi meglio, per lavarmi meglio. Tra me e la mia berlina con la portiera spalancata c'è la valigetta abbandonata, testimone dei miei guai.
(fotografia di Gregory-Crewdson)


Radio Libera

Alla testa del gruppo c'era Barbara, vent'anni, minuta, tutta nervi, un grembiule azzurro fuori misura che la faceva sembrare ancora più piccola. Aveva capelli neri che le scendevano sulle spalle e grandi occhi chiari, che contrastavano con la carnagione scura, da meridionale. Vicino a lei c'era Rosa, la maestra, donna fatta, capelli neri legati dietro, che lavorava alla Radio Milano dall'apertura, vent'anni prima, che per molte delle ragazze più giovani aveva sostituito la madre lasciata al paese. Di fianco Mina, una ragazzina bionda col corpo ancora adolescente. Ascoltavano in silenzio e immobili per non perdersi una parola, dietro a quella porta si stava decidendo il loro futuro.
"Con lei non si può parlare, ma non finisce qui. Troverò qualcuno disposto a ragionare!"
"E vai! Vai da Lama, vai da Macario, vai da Andreotti, vai dal papa, vai dove minchia vuoi! Questo posto ce lo siamo pagato col nostro lavoro! E voi ci volete cacciare per portare tutto in Germania! Ma noi non ci muoviamo e tu puoi andartene a dar via il culo!"


Ritorno a Mostar





Guardo la schiuma della Neretva. È presto, sul ponte ci sono solo io e i tre ragazzi in costume da bagno, pronti per il tuffo. Mi tornano le paure di quando ero bambino. Avevo dieci anni e c'era il Ponte Vecchio. Allora non ci si tuffava solo per qualche soldo, era la nostra iniziazione. A volte mi allungavo verso il fiume, mi mettevo in posizione ma, quando vedevo quell'abisso verde che era pronto ad ingoiarmi, mi prendeva la paura e mi ritraevo tra le risate dei ragazzi più grandi.
Spiccavano in volo tutti insieme, rimanevano sotto per lunghissimi secondi, poi saltavano fuori e s'immergevano di nuovo una, due, dieci volte. Nuotavano contro la corrente che inutilmente cercava di portarli via, fino a quando, esausti, tornavano a riva. Ma dopo pochi minuti erano di nuovo sul ponte e subito dopo di nuovo nella corrente. Andavano avanti così, fino a quando il sole spariva dietro le montagne.



La baia delle sirene

Una barchetta, emergeva, spariva, riemergeva tra le onde, lui ai remi, il padre ad una vela quadrangolare ricavata da un lenzuolo. Attraccarono nella baia proprio dove mi trovavo insieme alla fida Margaret, di soli due anni più vecchia di me. Io allora ne avevo dodici e lui undici ancora da compiere. Parlavo male l'italiano, lui non sapeva nemmeno una parola d'inglese. Ma ci parlammo con gli occhi e i gesti. Mi mostrò i pesci che stavano in una grande cesta nella barca, vicino alle reti.

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